Soprattutto per chi come me, ha sempre arbitrato categorie inferiori o amatoriali, lo spogliatoio è spesso un vero e proprio rifugio dove passare in solitaria gli istanti prima del match e successivi alla conclusione della partita.
Già quelli riservati ai calciatori, solitamente, non brillano certo per bellezza, pulizia ed ordine.
Ma quello riservato agli arbitri, ve lo posso garantire, è solitamente il peggiore di tutti. In taluni campi si tratta di veri e propri buchi recuperati in un locale caldaia, in una cantina scalcinata o comunque in spazi angusti dove è impossibile muoversi e dove è avventuroso anche il farsi una doccia.
Difatti, fatto salvo casi eccezionali, tipo le partite estive sotto il caldo torrido, io è da anni che preferisco lavarmi poi a casa. Le possibilità di contrarre un qualunque tipo di fungo sono così alte che preferisco non rischiare. A tal proposito, consiglio a tutti i colleghi di controllare lo stato di incrostazione dei vari doccioni. Da lì, si evince facilmente quanta poca cura c'è nella pulizia degli stessi.
Probabilmente un residuo bellico appartenuto a chissà quale generazione di giacchette nere e lasciato lì a macerare, da almeno una quindicina di anni.
Ebbene, la saponetta nera, è proprio li a testimoniare ad ognuno di noi come certe cose non cambino mai. Il tempo, gli anni e le decadi passano, ma lo spogliatoio dell'arbitro resta comunque quell'ambiente sacro dove anche una candida saponetta ha tutto il tempo d'invecchiare, prendere colore e diventare così oggetto d'arredo e di culto di quell'antro sacro.



